ABC della birra

STORIA DELLA BIRRA
Nata 4500 anni prima di Cristo

Quella della birra è una storia millenaria, risalente addirittura alle popolazioni che abitavano la Mesopotamia 4.500 anni prima della nascita di Cristo, dove l’orzo, dalla cui fermentazione si ricava la birra, è stato il primo cereale coltivato. Tra i Sumeri diverrà addirittura uno status symbol: solo chi apparteneva ai ceti sociali più alti poteva permettersene 5 litri al giorno. La birra diviene presto famosa anche tra gli Egizi, dove viene accostata al Dio Osiride, in Cina (III millennio a.c.) e tra i romani, noti amanti del vino dove però fu particolarmente apprezzata da Agricola, governatore della Britannia, e da Cesare.

Quando fare la birra diventa un mestiere
Si deve ai monasteri, dopo l’anno 1000, l’introduzione del luppolo come nuovo ingrediente nella preparazione della birra. Nel nord Europa ha inizio una nuova era per la gustosa bevanda: la produzione diventa industriale e in Germania nasce la figura del mastro birraio, con scuole a pagamento per imparare questo nuovo mestiere. Fu così che in Germania la popolarità della birra attraversò tutte le classi sociali. Venne perfino promulgato “l’editto sulla purezza” che stabiliva che gli unici ingredienti per produrre la birra dovevano essere malto d’orzo, luppolo e acqua. In Inghilterra già nel 1300 si contavano migliaia di pub e la birra soppiantò l’acqua nei consumi del popolo per ragioni igieniche: per ottenere la birra l’acqua veniva bollita ed era quindi sterilizzata.

La birra è sarda
Non c’è infatti dubbio che la birra sia stata assieme all’idromele ( vino fatto col miele ) la prima bevanda alcolica degli antichi sardi.
La birra probabilmente non ha tardato molto ad essere prodotta successivamente all’adozione dell’agricoltura dalle popolazioni di cacciatori e raccoglitori in ogni parte del mondo abitato nel periodo che va dai 10.000 ai 6.000 anni a.C.
Certamente veniva prodotta in Sardegna durante il neolitico quando i Sardi esportavano l’ossidiana lavorata, l’oro nero di un tempo che non conosceva i metalli, in tutto il mondo allora conosciuto e raggiungibile via mare assieme al grano ed all’orzo dell’Isola, conquistata in seguito per fungere da granaio di Cartagine e poi di Roma, ed all’unico prezioso cibo proteico, ben conservabile e trasportabile dell’epoca, il formaggio ovino sardo.

Fra le tanti, una qualità di birra dei sardi, prodotta dal mosto di grano e orzo e perché addizionato col miele amaro tipico dell’Isola, raggiungeva alti livelli alcolici e conteneva particolari sostanze psicotrope tanto da essere destinata all’esclusivo consumo dei sacerdoti per operare vaticini e guarigioni, entrare in contatto con il sacro e indurre il famoso riso sardonico negli anziani portati cerimoniosamente a morire dalla comunità nel salto della rupe.
Prima ancora dei nuraghi e dell’uso del rame e del bronzo, il Nord Africa occidentale e l’Europa occidentale compresa la Sardegna, circa 4.000 anni a.C. , erano accomunati da una cultura che ci ha lasciato ovunque menhir, circoli, costruzioni e fortezze megalitiche, tombe scavate nella roccia ed accuratamente progettate e dipinte tanto da farci immaginare le antiche abitazioni di quei popoli agricoltori e guerrieri, le loro divinità ed il loro grado di cultura magico-religiosa.

Cereali base della produzione della birra
Residui di cereali, di birra e attrezzature atte alla sua produzione e conservazione, risalenti anche a 4.000 anni a.C. sono stati rintracciati ed esaminati in scavi archeologici in Spagna, Irlanda ed presso tombe, circoli megalitici e abitazioni, come a Stonehenge in Inghilterra.

In Sardegna tracce del consumo di birra sono evidenti anche nell’età del rame dato che le tante testimonianze archeologiche ( vasi contenenti tracce di luppolo in analoghi insediamenti europei ) hanno evidenziato la diffusione della cultura campaniforme nel 2100-2600 a.C., durante la quale i caratteristici vasi, boccali e coppe ( beaker ) venivano usati per la produzione e il consumo della birra.
La coltura dei cereali era arrivata gradualmente sino agli estremi dell’Europa, in Irlanda ed in Scozia, passando per le pianure centrali, la Francia, la Spagna e L’Inghilterra.
Assieme ai cereali la cultura della birra, inventata nel Vicino Oriente, culla del domesticamento dei cereali e della nascita dell’agricoltura, arrivò in terre così lontane e fredde nelle quali meglio del grano cresceva l’orzo per questioni climatiche e soprattutto, anche se lo si fosse voluto non si sarebbe potuta acclimatare la vite, anche allora difficile da coltivare oltre la linea del Reno.
I Sardi continuarono a produrre la birra anche oltre la scoperta e l’uso dei metalli, il rame ed il bronzo e durante tutta la civiltà nuragica.
La metallurgia del rame e del bronzo, in un’isola fortificata dal mare, favorita dalla natura in tutti i sensi, immune da invasioni per millenni e quindi in grado di progredire in civiltà e popolazione caratterizzò la civiltà nuragica, contadina, pastorale, metallurgica, guerriera e navigatrice.
Le sue navi esportavano in tutto il Mediterraneo cereali, bestiame, sale, formaggio ed atri cibi sotto sale, birra, armi di bronzo come un tempo l’ossidiana sino all’Irlanda, la gran Bretagna e le coste atlantiche dell’Africa per scambiare i propri prodotti con lo stagno indispensabile per produrre il bronzo e le armi da esportare come merce di scambio ad altissimo valore aggiunto.
Nei santuari nuragici, presso i pozzi sacri, si festeggiavano per giorni le più importanti ricorrenze, con cerimonie religiose, olimpiadi locali, canti e danze collettive, rimaste attualmente le stesse da millenni, come è evidenziato dai disegni di danzatori in tondo nelle ceramiche di Monte d’Accoddi e dal suonatore di launeddas itifallico, bronzetto ritrovato ad Ittiri e da cui prende il nome.
Durante queste feste, gli antichi storici raccontano delle colossali bevute di birra e vino, caratteristiche del festeggiare dei sardi ancora oggi.
La Sardegna, era allora abitata da popolazioni affini ai popoli europei occidentali con i quali condividevano la comune civiltà megalitica, non presente attorno al Mediterraneo orientale, ed avevano costruito migliaia di torri ciclopiche, i nuraghes dai quali ha preso il nome il mar Tirreno, che significa appunto “mare dei costruttori di torri”.
Queste genti europee e del Mediterraneo occidentale erano originariamente discendenti dalle popolazioni basche sopravvissute all’ultima glaciazione in un ridotto favorevole attorno ai Pirenei da cui si espansero al ritirarsi dei ghiacci, ripopolando il continente europeo e la Sardegna prima delle invasioni indoeuropee dall’Oriente.
Queste popolazioni che inizialmente non conoscevano i metalli erano capaci di vivere in maniera evoluta come dimostrano le pitture rupestri delle grotte di Altamira in Spagna e Lascaux in Francia, dando vita in seguito con l’acquisizione delle competenze agricole nella transizione neolitica, attraverso meticciato con popolazioni provenienti dal vicino oriente o per assorbimento culturale, alla civiltà megalitica dell’occidente europeo.
Solo nel periodo che va dal 1200 al 500 a.C. in Europa occidentale ma non in Sardegna e nella Vasconia ( che conserva la più antica lingua europea ), le popolazioni preindoeuropee furono sopraffatte, miscelandosi ad esse, dalle ondate migratorie di popolazioni di origine indoeuropea provenienti da Oriente ed in particolare dall’ultima e più importante ondata migratoria di origine celtica e germanica.

Vino e la birra dei nuragici

Ancor prima dell’arrivo dei mercanti Fenici che commerciarono per primi con i Sardi nuragici sulle spiagge dell’isola e in seguito nei loro empori le anfore di vino greco, di Cipro e del Libano, si produceva vino di uve selvatiche ma soprattutto birre ottenibili con la lavorazione dei vari tipi di frumento coltivati in Sardegna, principalmente grano ed orzo.
Il vino sbarcato direttamente sulle coste da abili mercanti stranieri fu la grande novità offerta ai sardi per il loro consumo e per la più forte ebbrezza ottenibile dato il più elevato contenuto di alcool del vino di uva rispetto alla birra..
I Sardi nuragici apprezzarono il vino orientale perché potevano festeggiare con più sfrenate ebbrezze le loro feste cantonali, dimostrare con il possesso di quel liquido potente la superiorità sociale dei nobili, degli sciamani, dei guerrieri e dei ricchi commercianti e forse come altre esperienze storiche dimostrano in tutte le epoche, fu il vino ad aprire la strada ai nuovi conquistatori.
Ed il vino di allora non era come quello odierno, per conservarsi meglio nelle difficili condizioni igieniche dell’epoca, con contenitori non perfettamente stagni, ottenuto con tecniche di vinificazione primitive e basate più su procedimenti magico religiosi che scientifici, veniva prodotto così denso ed alcolico, da dover essere addizionato con resine e sostanze varie e consumato con l’aggiunta di due parti d’acqua per una di vino.
Questa abitudine certificata da Omero nei versi dell’Iliade e dell’Odissea continuò sin oltre l’epoca punica e romana, quando i governanti di Roma che lo bevevano ben allungato con acqua, imposero ovunque fosse possibile nel loro impero la coltivazione della vite e la fornitura del vino e dei cereali a Roma a detrimento della antica produzione della birra nel Mediterraneo, che pur in piccole e particolari quantità non era disdegnata dalle classi dirigenti e dai ricchi dell’Urbe.
In Sardegna iniziarono i Cartaginesi imponendo la cultura intensiva dei cereali, destinati ad alimentare la città africana e i suoi eserciti, in maniera tanto violenta ed esclusiva da vietare la coltivazione degli alberi, lasciandone un minimo per le popolazioni autoctone tanto da causare continue rivolte.
Impiantarono parallelamente la coltura intensiva della vite e sostituirono inizialmente col vino la produzione di birra, ostacolando l’uso dei cereali come materia prima, destinati a Cartagine.
La Sardegna in seguito, trasformata in granaio di Roma, vide la scomparsa della produzione della birra nelle aree romanizzate e il diffondersi della vite. Solo le popolazioni barbaricine continuarono a produrre birra dal grano razziato nelle loro scorribande nelle pianure e nelle fattorie sotto il controllo romano.

La birra è mediterranea, anche l’America scopre la birra

Nel XVII secolo la birra fu importata per la prima volta in America dai Padri Pellegrini. Nel frattempo, in Europa iniziarono una serie di studi sui lieviti che portarono alla novità della birra a bassa fermentazione. Nasce così l’attuale lager e con lei un sistema di produzione che è oggi il più usato al mondo.
La birra in Italia, nell’antichità…
Giulio Cesare già apprezzava questa bevanda, tanto da citarla nei suoi Commentarii. Ma già gli Etruschi, prima dei Romani, ne provarono un “prototipo” chiamato “pevakh”, fatto inizialmente con segale e farro e successivamente con frumento e miele. Caduto l’Impero Romano, il consumo di birra continuò a crescere durante il medioevo per merito soprattutto degli invasori barbari che la conoscevano da tempo.
…e nell’era moderna.
La storia moderna della birra in Italia inizia nel 1789, data ufficiale dell’apertura della prima fabbrica italiana a Nizza Marittima, per opera di Giovanni Baldassarre Setter. L’attività passò poi a Giovanni De Bernardi che cominciò a distribuirla in tutto il Piemonte. Da lì alla fine del XIX secolo le industrie di birra, quasi tutte situate al nord, diventeranno oltre 150 dando impulso alla coltura di orzo, fino ad allora poco praticato in Italia. E la fine del secolo vede nascere anche in Italia la prima malteria, inaugurata ad Avezzano, in Abruzzo, col nome “Le Malterie Italiane”.